Lo scorso weekend sono stata al Mashable Social Media Day Italy: una due giorni di full immersion su social e digital, dove l’atmosfera respirata è stata quella dei barcamp di una volta però con un taglio quasi internazionale.

I talk in tutto sono stati 35: tante idee, tanti mondi esplorati. Molte sono le linee di sviluppo emerse su cui potremmo concentrarci e senza dubbio tantissimi i trend emersi. Ma quello che conta davvero, quando si va a questo tipo di eventi è trovare un filo conduttore a noi utile per mettere insieme le pietre miliari e portarsi a casa quanto possa aiutarci a migliorare quello che facciamo. Questa è l’intenzione del post: nessuna verità assoluta, nessun dogma imprescindibile. Una raccolta di cosa belle che mi hanno fatto pensare a cosa tenere d’occhio oggi, per fare meglio domani.

INDICE

UNIRE LE FORZE, RACCONTARE STORIE, CONDIVIDERE PASSIONI
A/B TESTING, OTTIMIZZAZIONE, GROWTH HACKING
PUNTARE SULLE PERSONE, LAVORARE PER FARLE FELICI

 

UNIRE LE FORZE, RACCONTARE STORIE, CONDIVIDERE PASSIONI

Una delle cose che più ho apprezzato al Mashable sono stati quegli interventi in cui si sia messo in evidenza che non è vero che i social ci rendono tutti scemi. Nè tanto meno che siano inutili o ci rendano asociali.
Due racconti in particolare hanno colpito la mia attenzione: quello appassionato di Fabio Zaffagnini e quello terra terra di Luca Francescangeli. Il primo è il fondatore di Rockin’1000 (uno dei migliori progetti che l’internet italiano abbia mai tirato fuori), il secondo è il country leader di Change.org.

Per chi non conoscesse la case di Rockin’1000 è presto detto.
Fabio Zaffagnini, ragazzo di Cesena, è stufo di dover fare i chilometri per andare ad ascoltare la sua band preferita, i Foo Fighters. Decide quindi di fare qualcosa di creativo per chiedergli di venire a suonare nella sua città. Fa un giro di amici, il passaparola si espande e arriva l’idea: riunire 1000 musicisti nello stesso posto per suonare una canzone dei Foo Fighters, filmarsi, mettere il video online e chiedere così alla band di suonare per loro. Riuscendoci.

Il segreto del progetto?
Secondo Zaffagnini è racchiuso in 5 parole: Semplice, Inaspettato, Autentico, Emozionale, Catartico. 

Change.org invece è una piattaforma user based in cui chiunque può inserire una petizione/raccolta firme e ricevere consensi da tutto il mondo a sostegno della propria causa. Luca Francescangeli ha portato qualche esempio concreto di come una piattaforma del genere possa realmente fare la differenza. Ne riporto due per rappresentare la forza di questo strumento.
Luigi scopre di avere un cancro la cui unica cura è praticabile, a pagamento per i non residenti, a Pavia. Luigi è piemontese come me e non può permettersi di pagare la cura di tasca propria. Chiede allora aiuto su Change.org perché la cura che necessita possa essere inserita tra quelle “salvavita” della sua regione e possa quindi salvare anche la sua. Luigi vince e va a Pavia a curarsi, coperto dalla propria regione. Non so se Luigi ha vinto anche contro il cancro, mi basta sapere che abbia vinto contro la burocrazia semplicemente non fermandosi allo status quo. 
Giannina è una madre che ha perso la figlia piccola in un incidente stradale e incanala tutto il suo dolore in una battaglia di giustizia, perché visto che non è possibile fermare le morti per incidente causate da pirati della strada che guidano in condizioni vietate (sotto effetto di droga/alcool), lei crede sia possibile far istituire il reato di omicidio stradale. Scrive una petizione su change.org indirizzandola al Ministro della Giustizia del momento e raccoglie quasi 170.000 firme. Nei primi mesi del 2016, anche grazie a Giannina, l’omicidio stradale diventa legge.

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Ora, ogni volta che qualcuno si riempirà la bocca di affermazioni come “i social ci rendono tutti zombi” o “la gente sui social è tutta stupida” oppure “la gente tramite internet non fa nulla di buono, cazzeggia solo” o ancora “ma che lavoro è quello che fai te, dai che lo so che stai su Facebook tutto il giorno a postare gattini” fategli leggere queste tre storie e poi chiedetegli che cosa vuole cambiare oggi del mondo, perché, volendo, può.

A/B TESTING, OTTIMIZZAZIONE, GROWTH HACKING

Se dovessi trovare un aspetto ricorsivo tra gli speech ascoltati direi che la parola d’ordine è stata A/B testing: che ovviamente non significa andare allo sbaraglio, ma trovare un sistema per procedere per tentativi, testando le differenti sfaccettature del mercato in cui ci muoviamo e misurando i risultati lungo tutto il percorso.

L’A/B testing infatti ci permette di prendere in considerazione punti di vista differenti sullo stesso problema, focalizzandoci sull’analisi di metriche diverse (a volte anche solo leggermente), il tutto per ottimizzare i costi degli investimenti futuri: sia in termini di effort economico che di tempo.
Ad esempio, se per un vostro cliente o progetto aprite un canale Instagram è importante testare differenti hashtags e immagini per comprendere al meglio quali siano quelli che vi permettono di avere maggiori performances in termini di engagement con il contenuto. I percorsi delle persone e le emozioni che le immagini suscitano in ognuno di voi sono diversi e dobbiamo esplorarli tutti prima di capire cosa sia più utile per noi.

Simone Tornabene al Mashable Social Media Day

Altro esempio: se vi rivolgete ad una community specifica (es. quella degli appassionati di uno sport o una squadra sportiva) per costruirne una che sia reale dovrete andare per tentativi. Ogni community ha le sue abitudini, le sue preferenze, i suoi valori: a voi il compito di esaltarli, offrendo loro contenuti specifici pensati appositamente per loro.

Luca La Mesa al Mashable Social Media Day - contenuti social per sportivi

L’A/B testing è ovviamente importantissimo per il mondo delle start up: possiamo avere l’idea più innovativa del mondo, ma se non troviamo il pubblico giusto cui rivolgerci e se non esiste una reale domanda al need che vogliamo coprire con il nostro prodotto, il progetto sarà destinato a fallire.

Alessandro Cordova al Mashable Social Media Day

Ultimo punto, che in realtà andrebbe molto oltre l’A/B testing e si avvicina molto allo storytelling ed alla creatività, è il rendersi conto che quello che comunichiamo si intromette all’interno di un flusso di informazioni e dati che le persone gestiscono per istinto ed affinità. Viviamo in un mondo in cui l’avanzamento tecnologico e il numero di stimoli sono così rapidi ed elevati come mai prima nella storia umana: il tempo che abbiamo a disposizione per vivere ogni esperienza è quindi più limitato, il che ci rende tutti più selettivi. Anche chi dice “era meglio una volta”, “io vivo senza tv”, “io vivo bene con il mio 3310″ in realtà ha fatto una scelta ben precisa rispetto agli stimoli che riceve: ha deciso di privilegiarne alcuni su altri, perché ha deciso di utilizzare il tempo a propria disposizione nel quotidiano come più gli aggrada.
Le persone scelgono, ogni giorno: chi essere, cosa guardare, cosa skippare, cosa ascoltare. Il lavoro di noi digital e social marketers deve tenerne conto ed essere costruito in funzione di pubblici eterogenei, a volte di nicchia, che convivono – a volte nello stesso individuo.
Non esiste più giusto o sbagliato, esiste giusto o sbagliato per me.

Carlo Rinaldi al Mashable Social Media Day

Non ultimo, al Mashable Social Media Day ho scoperto una professione nuovaRaffaele Gaito ci raccontato chi è il growth hacker e quanto sia importante per le aziende.
Se credete che il growth hacker sia uno che passa il suo tempo a distruggere il lavoro degli altri, beh state sbagliando strada.
Mettiamola così: se la soluzione di un problema di business che non cresce – o non cresce abbastanza – è il vostro cruccio, il growth hacker saprà trovare la soluzione adatta per voi. 
Un esempio?
Un growth hacker ha permesso a Dropbox di diventare il sistema di cloud più usato al mondo. Come? Si è inventato il “se inviti un amico guadagni spazio sul tuo Dropbox”.

Se volete saperne di più sul Growth Hacking, guardate questo video dello stesso Raffaele.

Raffaele pubblicherà presto un e-book gratuito sul growth hacking, seguitelo per non perdervelo!

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PUNTARE SULLE PERSONE, LAVORARE PER FARLE FELICI

Ultimo capitolo delle ispirazioni dal Mashable Social Media Day è quello che deriva dall’importanza di costruire per ogni utente/persona che incontriamo sul web – soprattutto se siamo un brand – un’esperienza che sia il più possibile empatica, guidata e basata sulle sue esigenze.
Perché? Perché una persona che si sente ascoltata è una persona felice, soddisfatta dall’esperienza fatta. Una persona che ci ricorderà positivamente. 

Ragioniamo su due aree: l’esperienza di acquisto online e l’esperienza con un contenuto sui social network (e non solo).

Quante volte vi è capitato di atterrare su un e-commerce e di avere delle difficoltà nel ritrovarvici? Io per lavoro ne cerco molti e, fidatevi, succede ancora molto spesso. Valentina Sala, durante il Mashable Social Media Day, ci ha illustrato tutte quelle qualità (a volte anche basilari, ma non scontate) che un e-commerce deve avere per non frustrare l’utente.

Abbiamo parlato di conversion rate

Valentina Sala al Mashable Social Media Daydi parole chiave

Valentina Sala al Mashable Social Media Day

 

di fiducia

 

Valentina Sala al Mashable Social Media Day

di post-vendita

Valentina Sala al Mashable Social Media Day

 

e di tempo speso

Valentina Sala al Mashable Social Media Day

 

Il successo di Amazon non è stato dettato dal fatto che il sito sia bello, perché obiettivamente non lo è. Ma è stato dettato dal fatto che è funzionale, rapido negli acquisti, ha memoria delle tue abitudini e mi offre un servizio che non può far altro che trasmetterti una sensazione positiva di acquisto.

Quando invece parliamo di contenuti è importante prendere in considerazione l’inserimento del nostro contenuto in un flusso che non possiamo controllare, di cui non siamo responsabili e che deve tenere conto sia del fattore temporale (se parliamo di es. pomodori nel 2016 è facile che qualcuno l’abbia fatto prima di noi) sia di quello emozionale (è molto probabile che l’argomento che trattiamo provochi un sentiment – positivo o negativo). Ognuno di questi fattori influenza il successo o l’insuccesso del nostro contenuto.

Alessia Musi al Mashable Social Media Day

Un esempio per tutti, tra quelli presentati al Mashable Social Media Day, è la case di Lo Chiamavano Jeeg Robot, presentata da Federico Mauro – direttore creativo di Vertigo.
Jeeg Robot è un personaggio che ha un pubblico affezionatissimo (di cui anche mio nipote cinquenne fa parte): molte persone sono cresciute guardando e leggendo le sue avventure. Fare un film che citi il supereroe, per di più in Italia dove il cinema è stato in crisi per decenni, non è impresa facile.

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Esiste quindi nelle persone un’immagine ben precisa di Jeeg Robot: un’immagine che nessun vuole intaccare e che fa si che il messaggio intorno ad un prodotto nuovo non sia “noi lo facciamo meglio”, ma “noi vogliamo omaggiare qualcosa che per te è importante”.

La strategia social e digital adottata da Vertigo nel comunicare questo prodotto cinematografico si è basata su:
– la costruzione di un dialogo con gli amanti del personaggio, che provocasse in loro un cambio di prospettiva, portandoli dalla parte del film
– la promozione del nuovo supereroe prendendo ispirazione dal cinema americano (Marvel in primis) che gli amanti del genere conoscono e in cui si riconoscono
– la certezza che il prodotto promosso fosse di ottima qualità (come confermato dai numerosissimi premi vinti dal film)

Una strategia che è stata vincente e che ha potuto contare – per quanto riguarda l’ultimo punto – su un passaparola positivo che ha permesso al film di registrare incassi di molto sopra la media e alla pagina Facebook di rimanere attiva anche a promozione terminata.

Federico Mauro al Mashable Social Media Day

 

Insomma, tante, tantissime ispirazioni da questa due giorni intensissima.
E se siete arrivati a leggere fin qui, siete un po’ Jeeg Robot anche voi.

 

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