Il numero di articoli che ho in bozza è direttamente proporzionale al numero di cose che vorrei dire, ma che alla fine non dico (LEGGI= scrivo+pubblico) mai.
Dite che è un problema di perfezionismo dovuto al fatto che sono nata sotto il segno del capricorno?
O forse al fatto che mi vergogno di rendere pubblico un pensiero?
Oppure è una questione legata al non avere realmente qualcosa da dire, ma solo credere di avere pensieri intelligenti?

Trovo imbarazzante, verso me stessa, la duplice volontà di scrivere – la pulsione che ho verso la scrittura – che si accompagna con non una semplice crisi da pagina bianca, ma un vero e proprio rifiuto dell’esprimersi.
Com’è possibile arrivare a questo punto?
Si tratta di un problema di information overflow? Ricevo troppe informazioni che aggiungerne altre, auto-prodotte, mi sembra uno sforzo eccessivo? O forse inutile?

O è più un problema di “faccia”?
Mi sento più intelligente di quello che in realtà sono e mi rendo conto che di quello che dico/scrivo potrebbe non fregare niente a nessuno?
O è la vergogna di doversi confrontare con le proprie idee, con il se stessi che si mette nei testi a fermarmi?

Potrebbe anche essere puro e semplice pudore, quindi. O perfezionismo.
O addirittura mancanza di stima in se stessi.

Che poi iniziare a scrivere non è così difficile, il problema è farlo come abbiamo in testa di volerlo fare: far corrispondere l’aspettativa mentale della scrittura con il testo che scriviamo davvero.
Ma alla fine non siamo premi Pulitzer da cui ci si aspetta grandi testi ad ogni uscita: non siamo in lizza per il premio-della-vita da cui dipenderà tutta la nostra carriera. Dobbiamo solo scrivere una serie di pensieri sensati sulla pagina web di un blog. Un articolo che qualcuno (forse) leggerà e di cui non si ricorderà poi così a lungo.

Ma il vero problema è che davanti a ogni pagina web che creiamo, ad ogni pensiero scritto e pubblicato di cui ci facciamo autori, le persone che leggono si fanno un’idea di noi: è un problema di corrispondenza, quindi. Di quella corrispondenza tra io: quello che decido di mostrare agli altri, il mio vero io e quello che gli altri si prefigurano di me. Un problema d’identità. Di “faccia”.

E allora, forse, l’unica cosa che ci rimane da fare per eliminare – almeno per un po’- questo timore di perdere la faccia è, appunto, FARE.
C’è chi dice che fatto è meglio di perfetto. 
Voglio essere d’accordo, ho bisogno di essere d’accordo.

E quindi ecco qui, un piccolo spiraglio di lotta riuscita contro la paura di scrivere-cose-di-cui-poi-forse-mi-potrei-pentire.
Io ho fatto: ho scritto. E pubblicato. 

Che liberazione.

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